“Diamo colore ai tuoi sogni, la qualità di un’abbronzatura uniforme al prezzo giusto!

Migliora la tua immagine con sole poche applicazioni, abbronzarsi è facile e sicuro bastano solo 15 minuti.”

E’ proprio  così che inneggiano gli ultimi slogan  pubblicitari  che promuovono l’abbronzatura artificiale.

Di certo una cute abbronzata  conferisce un bell’aspetto, ma a quale prezzo?

Come conciliare questo piccolo peccato di vanità con le campagne di screening per la prevenzione dei tumori della pelle la cui insorgenza è favorita dall’esposizione solare?

Quando la cute viene irradiata dai raggi UVA ed UVB subisce inevitabilmente un effetto lesivo (foto 1 )
a cui si oppone attivando alcuni meccanismi di difesa: l’abbronzatura è proprio uno di questi.

 

COS’E’ L’ABBRONZATURA?

 

Nell’epidermide, sia i melanociti attivi che quelli a riposo, vengono stimolati dagli UVB  a produrre una grande quantità  di pigmento, che verrà poi trasferito ai cheratinociti (le cellule dell’epidermide).  Qui i granuli di melanina si dispongono al di sopra del nucleo, a guisa di cappuccio,  per proteggere la parte più preziosa e vulnerabile della cellula: il DNA.

Se l’esposizione solare è scorretta e/o quando questo meccanismo è insufficiente (individui con cute chiara) il DNA viene danneggiato.

Per fortuna alcuni enzimi sono in grado di riparare il danno subito ripristinando la molecola originaria. Naturalmente se si supera la capacità riparativa cellulare s’instaura un danno permanente: ciò costituisce il primo passo verso la cancerogenesi.

Gli UVB, sebbene molto eritematogeni, stimolano la melanogenesi favorendo sia un’ abbronzatura protettiva che duratura, ma qual è il ruolo degli UVA?

IL RUOLO DEGLI UVA NELL’ABBRONZATURA

Queste onde elettromagnetiche hanno una lunghezza d’onda maggiore degli UVB e quindi riescono a penetrare più profondamente la cute raggiungendo il derma ove esplicano i loro effetti lesivi (fig 2).

Sulla melanogenesi hanno in realtà uno scarso effetto, pertanto l’abbronzatura che ne deriva è determinata dalla liberazione dei granuli di melanina già preformati, del tutto insufficienti a proteggere le cellule dell’epidermide: l’ abbronzatura è immediata ( poche ore) ma fugace e scarsamente protettiva.

Un altro meccanismo fotoprotettivo  di notevole efficacia  è l’aumento di spessore della cute ben evidente in coloro che si espongono cronicamente al sole. Ciò serve a bloccare, almeno in parte, l’assorbimento degli UV, ha inizio già dopo 72 ore dall’esposizione ed è stimolato dagli UVB

(Foto 3).

Ma è davvero così sicura l’abbronzatura artificiale prodotta dalle lampade ad emissione di U.V.A.?

Poichè i meccanismi protettivi sono stimolati dagli UVB è un’inutile fatica sottoporsi ai lettini UVA  con l’intenzione di “preparare” la cute all’esposizione solare !

L’ideale sarebbe abbronzarsi con piccole quantità di UVB sufficienti a favorire l’abbronzatura  evitando così i danni, tuttavia ciò non è possibile poiché la quantità minima di UVB  in grado  di stimolare il melanocita è pari al doppio di quella minima necessaria a provocare l’eritema .

I DANNI DEL SOLE: IL FOTODANNEGGIAMENTO E NON SOLO

Ma i guai non sono finiti poiché sono proprio le cuti fotoesposte cronicamente che ci danno una dimensione tangibile del fenomeno del fotoinvecchiamento dove tutti i sistemi cellulari vengono danneggiati, compaiono  così le macchie solari, le lentiggini, le verruche seborroiche, le cheratosi attiniche, le atrofie ed i tumori cutanei.

Nel derma si verifica una sorta di rimodellamento anomalo delle fibre collagene e la frammentazione di quelle elastiche con perdita sia della funzione di sostegno che della elasticità cutanea,  i capillari diventano evidenti, il turgore cutaneo si riduce, le rughe preesistenti si accentuano, la cute perde il suo aspetto levigato ed il suo colore omogeneo.

LA CUTE E LE LAMPADE UV ARTIFICIALI

Negli ultimi anni l’abbronzatura è divenuta un fatto di costume e nei solarium le innovative lampade ad alta pressione hanno ormai sostituito quelle a bassa pressione UVA (2.000-5.000 watt). La differenza è sostanziale in quanto, oltre ad essere più potenti (30.000-40.000 watt) hanno uno spettro di emissione dell’ultravioletto completo, emettendo  UVA, UVB ed UVC.

Solo l’uso di appositi filtri consente di selezionarli, così gli UVC vengono totalmente filtrati mentre passa solo una piccolissima quantità di UVB. Tuttavia se i filtri non vengono adeguatamente sostituiti, dopo un certo numero di ore non è garantita la selettività dell’irradiazione divenendo permissivi anche agli UVC. E su quali basi fotobiologiche viene stabilita la dose da irradiare per singolo individuo? Si ha cura di escludere dal trattamento coloro che assumono alcuni tipi di farmaci o che applicano sulla cute, sia a scopo terapeutico che cosmetico, alcuni prodotti le cui molecole (cromofori) interagiscono con gli UV scatenando reazioni fototossiche e/o fotoallergiche?

Se le radiazioni ultraviolette interagiscono con le cellule al pari di un farmaco, non sarebbe più corretto valutare il tipo di UV da irradiare ed il suo dosaggio?

Dal 1991 la legislazione italiana consente l’uso di queste apparecchiature ad operatori  “non sempre documentati” sugli effetti fotobiologici delle radiazioni ultraviolette.

Negli Stati Uniti , l’American Medical Association e la  FDA hanno approvato  una normativa che limita  l’uso delle lampade artificiali al solo uso terapeutico, visto il non trascurabile incremento dei melanomi e dei tumori della pelle.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sconsiglia l’uso delle lampade artificiali  UV a scopo estetico poiché responsabile di danni correlati alla cancerogenesi.

Finalmente anche in Italia qualcosa comincia a muoversi in tal senso ed un decreto legge del 2011 obbliga la messa a norma dei solarium abbronzanti ad uso professionale.
La norma era già in vigore dal 23-7-2007 solo per i solarium di nuova costruzione, ora  anche  i “vecchi” apparecchi dovranno adeguarsi. Tale normativa regola la potenza di emissione e la concentrazione degli UVA e UVB,

Tra i punti più importanti si legge che: sono così ai minori di 18 anni, alle donne in gravidanza e a coloro con fototipo I-II. Gli operatori  devono essere abilitati all’esercizio mediante un corso di formazione, l’utente  deve firmare il consenso al trattamento dopo essere stato informato  su i rischi ed i danni che l’irradiazione può causare, il gestore deve consegnare all’utente una scheda individuale per la valutazione dell’esposizione cumulativa, che non deve essere superata nell’anno,   inoltre il gestore non può sottoporre a trattamenti UV l’utente che non abbia prodotto un certificato medico nel quale si attesti l’assenza di controindicazioni all’irradiazione UV  ed infine per alcune apparecchiature è previsto l’obbligo della prescrizione medica.

La stagione estiva è alle porte ed i messaggi pubblicitari imperversano: cedere o non cedere alle lusinghe di un’abbronzatura uniforme?

Il buon senso innanzitutto poiché la cute ricorda i danni subiti e prima o poi ci presenta il conto!

 

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